Perdita delle autonomie nella malattia acuta, cronica o progressiva

Vivere al meglio possibile anche se malati.

La perdita di autonomia quando si è malati rappresenta un fattore cruciale, collaterale e a volte non meno problematico, generatore di sofferenze e disagi, rispetto allo stesso male – organico o psichiatrico – che affligge la persona.

Perdita delle autonomie nella malattia acuta, cronica o progressiva, una mano stringe saldamente l'impugnatura di una stampella.
Un sostengo forte.

La malattia quando si scatena rompe o quantomeno altera gli equilibri sociali e psicologici – oltre che organici – sui quali l’individuo fa affidamento e che considera a buon diritto normali. La malattia comporta una perdita di integrità personale e una perdita di ruolo, in quanto sovente anche gli altri fanno affidamento sulla persona che si ammala, e sul suo ruolo di madre, padre, lavoratore, persona attiva nella società e nella vita.

La propria storia considerata come presente, passata e futura, può contrarsi su un presente ripetitivo, a fronte di un passato idealizzato – quando si stava bene e non si avevano problemi – e un futuro scippato, senza alternative plausibili, se non la malattia, la sofferenza e le prospettive del dolore, della perdita di autonomia e affetti e probabilmente di una morte prematura.

L’elaborazione del lutto inteso come perdita di dimensioni personali psichiche, fisiche nonché sociali, presenta anch’essa delle “fasi” così identificate e definite dalla letteratura psicologica e medica:

  • Negazione e rifiuto: iniziale e naturale rigetto della realtà
  • Fase della rabbia: richiesta di aiuto e allo stesso tempo ritiro in se stessi
  • Contrattazione e patteggiamento: conoscenza delle capacità residue e nuove, verifica delle speranze, negoziato con sé e con gli altri guidato dai propri valori – anche religiosi – e azioni per riparare il riparabile
  • Fase della depressione: di esordio o quando la malattia progredisce, consapevolezza delle perdite subite o prossime, aumento delle sofferenze
  • Accettazione – rassegnazione: presa di coscienza interiore della situazione interna ed esterna, silenzi e raccoglimento, profonda comunicazione con familiari e persone vicine

 

Lo psicologo nel suo intervento segue il paziente nella ridefinizione dell’immagine corporea, ossia della realtà quotidiana di se stessi e del proprio mondo circostante, di cose, fatti, persone e affetti. Si sostiene la persona nel far sì che essa possa generare una nuova immagine – adeguata alla situazione e secondo valori oggettivi del paziente – che tenga in conto la malattia, la sofferenza e la morte.

I passaggi che il paziente affronta nella sua malattia attraverso il lavoro psicologico sono generalmente:

  • Shock: impatto della realtà con meccanismi di difesa psichici e non
  • Reazione: presa di coscienza che non permette ancora di raggiungere una minor sofferenza, attraverso pensieri e azioni adeguate
  • Elaborazione: ricostruzione delle coordinate temporali e costruzione di nuovi significati e senso dei fatti passati e presenti
  • Orientamento: può prendere forma una nuova, diversa, personale progettualità del futuro che si ha a disposizione e una messa in ordine del proprio passato

 

L’intervento psicologico lavora anche a sostegno dei familiari della persona malata, la famiglia infatti impatta con fasi, stati e momenti simili a quelli vissuti dalla persona ammalata (shock, rabbia, rifiuto, depressione…). Queste ed altre reazioni sono comunque tentativi – a volte poco efficaci – di reazione alla situazione avversa, lo psicologo aiuta nel sostenere la sofferenza e nell’orientare la reazione, intesa come atto valido, verso obiettivi e prospettive più efficienti, secondo le volontà della famiglia e dei valori posseduti.

Lo psicologo può soprattutto al momento in cui si è ricevuta la diagnosi, accompagnare nel sostenere il peso e l’influenza delle determinanti psicologiche nell’ambito della malattia fisica, contenendo lo stato di sofferenza e incoraggiando a verbalizzare pensieri, sentimenti e convinzioni negativi che – per quanto oggettivi – se non si iscrivono anche nelle parole non potranno che “scriversi” che nel corpo, in comportamenti nocivi e nello stato d’animo, aggravando dolore e sofferenza e non agevolando le possibili – eventuali – terapie.

Ciò può passare attraverso una ristrutturazione cognitiva ed emotiva di quei cambiamenti generati dalla malattia.

Il paziente trova nello psicologo un supporto per costruire dei nuovi significati e un senso ai fatti, anche se parziali perché non è possibile risolvere completamente le questioni del male, della sofferenza o della morte, ma è possibile farvi fronte, costruendo un argine di relazione e comunicazione contro l’angoscia.

Lo psicologo essenzialmente ascolta il paziente narrare la sua storia, prima e durante le problematiche cliniche e di gestione delle malattie e delle invalidità croniche e acute che ne possono conseguire.

La scrittura o la riscrittura di una storia che sia la propria, cosa che può avvenire nel dialogo con lo psicologo, definisce un percorso con un inizio, diversi passaggi, per poi andare verso una nuova prospettiva. In questo la persona mette a fuoco ciò che è stato ed è importante per lui – evidenziando quelle mete perseguite che fanno trasparire i valori che segnano l’individuo – e ciò che riguarda una storia complessa, complicata anche dalla malattia o dall’invalidità.

 

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